Claudio Baglioni

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claudio baglioni

Cinquantuno Montesacro e tutto cominciava.
La miccia brucia lenta, il perché non è chiaro. C’è solo il sapore indistinto di un richiamo lontano.
Qualcosa che si affaccia alla porta della coscienza, un desiderio che sale da dentro e che si lascia afferrare.
Il meccanismo ormai è scattato. Qualcuno da qualche parte ha gridato “azione” e la camera comincia a girare; la pellicola scorre in un frusciare leggero e gli occhi scuri delle ottiche carrellano su cose e persone.

Il bambino sale su una sedia. Intorno un silenzio divertito e curioso, papà – dice – annunciami che devo cantare.

E’ cominciato così, il bisogno di di capire cos’è che, passo dopo passo, ci rende quello che siamo.
L’urgenza di raccontare prende alla gola, assieme al bisogno di mettere ordine tra le parole che salgono miste alle suggestioni portate da mani che perquisiscono corde e tasti alla ricerca di note da fissare sul nastro di un pentagramma che gira. Un unico
lunghissimo piano sequenza che ci accompagna, senza che il regista smetta mai,
neppure per un istante, di chiedersi se a poco a poco il gioco abbia ingoiato la realtà, e se guardando nel suo interno sia ancora in grado di capire  “quale sia l’immagine e quale la persona, quale il volto, quale l’icona”.

Questo e molto altro è Claudio.

Un unico orizzonte senza confini, nel quale note e parole si inseguono sul rigo musicale della coscienza, chiavi delle mille stanze di questo “vecchio albergo”, metronomo del passo incerto con cui attraversiamo il tunnel del tempo.
Il giardino nel suo ordine disordinato dei pensieri ospiterà nuovi colori, nuove forme, nuovi odori e mille altre domande, per capire che quei segni e quei suoni non ci hanno attraversato invano.

(da baglioni.it)

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