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Palazzo
Sanguinetti
(testo
integrale su
www.museomusicabologna.it)
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Storia
ed architettura
Il
Palazzo oggi denominato Sanguinetti, dal nome della più recente
famiglia proprietaria è il risultato della complessa evoluzione
degli insediamenti di quella zona, dal Medioevo ad oggi, e reca
le tracce di ognuna delle trasformazioni subite. Il
nucleo originario del Palazzo, agli inizi del XVI secolo, apparteneva
alla famiglia Loiani, nobili di rilievo nella vita politica bolognese,
ed era ritenuta all'epoca la più bella e rifinita casa della
città.
L'edificio fu venduto nel 1569 ai fratelli Ercole e Giulio Riario
- ramo bolognese di una famiglia di Savona, imparentata con i della
Rovere - titolari di un seggio senatorio e, dal 1578, del titolo
cardinalizio. |
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Acquistati
terreni ed edifici confinanti, il senatore Ercole Riario fece ricostruire
e ampliare la dimora, secondo i criteri di grandiosità e
fasto allora imperanti tra le famiglie più in vista: le singole
abitazioni furono unite in una struttura unitaria e si impostò
probabilmente allora lo scalone scenografico che tutt'ora caratterizza
l'edificio, indispensabile nella coreografia delle celebrazioni
barocche delle famiglie senatorie. Il
secondo intervento strutturale importante fu per volere di Antonio
Aldini.
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Il
2 marzo 1796, il marchese Raffaello Riario Sforza concesse il palazzo
in enfiteusi (una sorta di contratto d'affitto che lasciava ampie
facoltà ai locatari) al conte avvocato Antonio Aldini. Persona
di fiducia di Napoleone Bonaparte a Bologna, il conte svolse un
ruolo di primo piano nel periodo rivoluzionario seguìto all'arrivo
dei Francesi, e venne elevato anche alla carica di Ministro Segretario
di Stato nel Regno d'Italia. Nel 1798 l'Aldini diede incarico all'architetto
Giovanni Battista Martinetti (1774-1830), suo amico, e anch'egli
personaggio di spicco dell'entourage filofrancese, di rimodernare
il palazzo, aggregandovi anche parte della confinante casa con torre
che era stata degli Oseletti. Per opera di questo architetto, fu
dato un nuovo impianto all'appartamento al piano nobile, adeguato
al gusto borghese: fu allora abbassato e diviso in due stanze il
grande salone cinquecentesco che si trovava in corrispondenza delle
due sale più ampie dell'attuale Museo: il vestibolo, o Sala
delle Virtù, e la Sala delle Feste. |
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Risalgono
a questa fase le principali decorazioni, che tutt'ora rendono questo
palazzo un bene storico-artistico straordinario, tra i più
importanti monumenti italiani d'età neoclassica.
A seguito della caduta di Napoleone e della rovina economica di
Aldini il palazzo fu venduto al nobile cubano don Diego Pegnalverd,
già membro del governo napoleonico. Alla sua scomparsa, avvenuta
nel 1832, il palazzo passò al celebre tenore Domenico Donzelli;
questi, a dire dei contemporanei, "lo ha continuamente ingrandito
e ristaurato nella foggia magnifica che al presente si dimostra".
E' noto che mentre Donzelli abitava l'edificio di Strada Maggiore
34, Gioacchino Rossini fu suo ospite, poiché la sua dimora,
che si trovava a pochi metri da lì, era in ristrutturazione.
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Nel
1870 il palazzo fu acquistato dalla famiglia Sanguinetti - famiglia
che ha lasciato tracce di sé in molti ambiti della vita e
della storia di Bologna - alla quale si devono le più recenti
decorazioni, nella parte dell'edificio destinata a biblioteca, e
in particolare la cosiddetta "saletta egizia", i cui meravigliosi
affreschi sono emersi in occasione del recente restauro del palazzo.
L'ultima erede, la signora Eleonora Sanguinetti, nel 1986 ha donato
al Comune di Bologna la gran parte dell'edificio, a ricordo - come
scrisse nel suo testamento - del "... mio indimenticabile papà,
dottor Guido Sanguinetti, nel cui nome e nella cui memoria, per
l'amore che ebbe sempre per la sua città e la sua casa, ho
voluto a suo tempo la donazione del palazzo di Strada Maggiore 34,
perché fosse destinato a museo musicale e biblioteca
"
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Gli
strumenti musicali
La
collezione di strumenti musicali comprende diversi esemplari di
particolare importanza: otto pianoforti, di cui cinque a coda
e tre rettangolari, risalenti al XVII e XVIII secolo, fra cui
un Pleyel del 1844, recentemente restaurato, che sembra appartenesse
a Gioacchino Rossini, e la famosa "spinetta di padre Martini";
inoltre un Heckelphon del 1900 con il suo astuccio; vari corni
inglesi, alcuni cornetti e due oboi. |
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Per
una descrizione dettagliata si rimanda all'opera di John Henry van
der Meer (Strumenti musicali europei del Museo Civico Medievale
di Bologna. Con Appendici dei fondi strumentali delle Collezioni
Comunali d'Arte, del Museo Davia Bargellini e del Civico Museo Bibliografico
Musicale, Bologna, Nuova Alfa, 1993).
Fanno
inoltre parte del patrimonio storico-artistico del Museo ventisei
busti in gesso, marmo e bronzo raffiguranti, oltre lo stesso Padre
Martini e Stanislao Mattei, diversi personaggi illustri del mondo
della musica, cantanti e compositori, quali Rossini, Donizetti,
Verdi, Wagner, Maria Malibran, Olympe Pèlissier, nonché
una raccolta di cimeli di vario genere - fotografie, oggetti personali,
mobili, stampe, monete, statuette - appartenuti a Rossini, Respighi,
Busoni, M. Alboni Pepoli, ecc.
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